Alimentazione sostenibile

Essere vegani vuol dire scegliere un’alimentazione sostenibile.

Cosa si intende con alimentazione sostenibile?

È la scelta di adottare delle abitudini alimentari che prendono in considerazione non solo le conseguenze per la nostra salute, ma anche l’impatto ambientale e sociale che tali scelte comportano.

Il NEIC (Centro Internazionale di Ecologia della Nutrizione) ha divulgato i risultati di una ricerca che ha messo a confronto l’impatto ambientale di tre diete (vegan, latto-ovo-vegetariana e onnivora) decretando la dieta vegana come quella più sostenibile in termini di risorse ambientali. Il consumo di cibi animali, al contrario, richiede un consumo enorme di energia, acqua e suolo, risorse che non sono infinite. Pensiamo all’elevato consumo di suolo e acqua per l’allevamento e la coltivazione del foraggio (cereali e leguminose destinate agli animali da allevamento).

Secondo la FAO, il settore dell’allevamento rappresenta, a livello mondiale, il maggiore fattore d’uso antropico delle terre: il 30% dell’intera superficie terrestre non ricoperta dai ghiacci e il 70% di tutte le terre agricole sono destinate all’allevamento degli animali domestici utili all’uomo, per lo più al pascolo.

Il 33% delle terre arabili del pianeta è usato per la produzione di mangime, una produzione che richiede, su scala globale, oltre 2300 miliardi di metri cubi d’acqua l’anno. Altre grandi quantità d’acqua vengono impiegate per la pulizia e la manutenzione delle strutture di allevamento e per abbeverare gli animali: un manzo può consumare fino a 80 litri di acqua al giorno!

Ne consegue il consumo smisurato di un bene che sappiamo essere esauribile e che per questo è prezioso e deve essere preservato e utilizzato con parsimonia. Non dimentichiamoci che in alcune parti del Mondo, come in Africa ad esempio, l’acqua scarseggia e donne e bambini percorrono ore e ore sotto il sole alla ricerca di acqua. La mancanza di acqua pulita è causa di morte (sete), malattie (scarsa igiene) e malnutrizione (la mancanza di acqua non consente di praticare l’agricoltura).

Si tratta di uno spreco di risorse ambientali che non sono utilizzate per coltivare cibo destinato all’alimentazione dell’uomo, bensì per coltivare cibo per sfamare gli animali di cui in un secondo momento si nutrirà l’uomo.

Al di là dei fenomeni sociali che ne conseguono e delle considerazioni etiche di cui parlerò più avanti, il rapporto tra la quantità di cibo consumato dall’animale da allevamento e la quantità di cibo disponibile per l’uomo dopo la sua macellazione è svantaggioso. Infatti, solo una parte del cibo ingerito dall’animale  andrà a sviluppare la sua massa corporea, il resto servirà per svolgere le funzioni vitali o sarà espulso come scarto. Un manzo deve ingerire dai 7 ai 10 kg di mangime per crescere di 1 kg di peso corporeo.

Il rapporto tra le proteine vegetali consumate dagli animali allevati e le proteine animali destinate al consumo umano è quindi svantaggioso: è pertanto funzionale, nonché ragionevole, destinare quelle proteine vegetali all’alimentazione umana.

In Italia sta crescendo il numero di persone che riducono il consumo di carne preferendo il pesce. Negli ultimi decenni la richiesta di pesce è aumentata, in parte per la diffusione della cucina giapponese anche nel mondo Occidentale (basti pensare al sushi) e in parte per la scelta da parte di molti di sostituire il pesce alla carne. Al pari degli allevamenti intensivi ecco così svilupparsi la pesca intensiva: moderni pescherecci industriali gettano in mare enormi e pesanti reti metalliche che si muovono sui fondali devastando la flora e la fauna marina (pesca a strascico). La pesca causa inoltre le cosiddette catture accidentali: squali, tartarughe, uccelli marini, balene e delfini che non sono commercializzabili rimangono spesso intrappolati nelle reti e sono ributtati in mare morti o in fin di vita.

Ciò è inaccettabile sia da un punto di vista etico che da un punto di vista ambientale perché ha ripercussioni sull’ecosistema marino.

E’ da anni ormai che la pratica della pesca intensiva è oggetto di studio da parte di molti che prevedono un collasso della vita marina entro qualche decennio. Per evitare che questa ipotesi si realizzi, è nata l’acquacoltura, ossia l’allevamento di specie marine in gabbie posizionate in mare aperto.

In realtà anche questa pratica non è priva di problemi: come negli allevamenti intensivi anche qui il  numero eccessivo di pesci stipati in gabbie non sufficientemente spaziose porta all’utilizzo da parte degli allevatori di antibiotici, additivi chimici e disinfettanti che, insieme a deiezioni e parassiti, non solo inquinano il mare, ma vengono ingeriti dagli stessi pesci e di conseguenza assunti dall’uomo quando ne consuma la carne!

C’è anche un altro problema meno evidente ma molto importante: il mangime di orate, branzini, salmoni e tonni, le specie più allevate all’interno di queste gabbie marine, è costituito da altri pesci non commercializzabili e di conseguenza destinati ad una caccia spietata e senza controllo da parte dei pescatori, con conseguenze sull’equilibrio della fauna marina. Un esempio: la pesca eccessiva della sardella d’Africa nel mare di Alboran rischia di mettere a repentaglio la sopravvivenza delle colonie di delfini del Mediterraneo che si nutrono di questo pesce.

Le quantità di mangime necessario sono poi elevatissime: un tonno deve ingerire dai 20 ai 25 kg di pesce per ingrassare di 1 solo kg.

Di conseguenza ogni volta che scegliamo di mangiare una bistecca o un filetto di platessa, nel nostro piccolo stiamo contribuendo anche noi all’attuarsi di fenomeni ambientali e sociali.

Fenomeni ambientali:

la deforestazione (le foreste vengono distrutte per fare spazio agli allevamenti, perdiamo così i polmoni della Terra che ossigenano l’atmosfera);

-          cambiamenti climatici (il metano e l’ammoniaca presente nel letame degli animali da allevamento danneggiano l’ozono aumentando sempre di più l’effetto gas serra);

-          l’inquinamento di acqua e suolo causato sia  dall’impiego di antiparassitari nei campi agricoli destinati alla produzione di mangime, sia dall’utilizzo di antibiotici, disinfettanti e additivi chimici negli allevamenti di pesce;

-          la perdita della biodiversità animale e vegetale: l’importanza conferita dall’uomo ad alcune specie animali rispetto ad altre dal punto di vista economico, mette a rischio la conservazione di tutte le specie viventi, animali o vegetali, che svolgono un ruolo fondamentale per il mantenimento dell’equilibrio della Natura;

-          lo sviluppo di virus causato non solo dalle pessime condizioni degli allevamenti intensivi, ma anche dall’impiego costante di antibiotici e vaccinazioni che causa la resistenza dei virus ai farmaci stessi e crea pandemie come la mucca pazza o l’influenza aviaria o ancora la SARS;

-          lo sviluppo di malattie degenerative nell’uomo quali ad esempio il cancro (l’Organizzazione Mondiale della Salute ha reso noti molti rapporti dove vengono riportati diversi studi che associano il consumo di carne alla mortalità per cancro).

Ma ci sono anche fenomeni sociali.

Per soddisfare la richiesta di carne nel mondo, oggi il 70% del suolo disponibile è destinato sia agli allevamenti sia alla coltivazione del mangime utilizzato per sfamare gli animali.

Queste terre si trovano anche nei paesi del terzo Mondo dove sappiamo, purtroppo, le popolazioni muoiono di fame. Queste stesse terre, se destinate alla produzione agricola, potrebbero sfamare bambini, donne e uomini.  Al contrario, per interesse economico, sono destinate alla produzione di foraggio per l’alimentazione degli animali da allevamento dei quali, tra l’altro, si ciberanno per lo più le popolazioni occidentali.

Si decide dunque arbitrariamente di togliere ad una parte del Mondo un’importante fonte di cibo per consentire ad un’altra parte di Mondo di mangiare carne.

Scegliere una dieta a base di vegetali vuol dire garantire la possibilità di nutrirsi a tutti gli abitanti della Terra, senza distinzioni di alcun genere.

Per ulteriori approfondimenti potete consultare i documenti elencati a pagina 243.

A livello etico, infine, non è più accettabile la crudeltà che è inflitta agli animali negli allevamenti.

Come tutte le femmine degli altri mammiferi, le mucche producono latte solo quando sono incinte o hanno un piccolo da nutrire; gli allevatori le inseminano artificialmente e di continuo affinché producano il latte in maniera costante. Il vitello appena nato è subito allontanato dalla madre e messo in un recinto per evitare che si beva il latte destinato a noi; la madre può piangere per giorni e giorni per la mancanza del figlio. Per tutta la vita le mucche vengono ripetutamente ingravidate: questo processo ha tra le sue conseguenza anche il verificarsi di mastiti e infezioni delle mammelle, causa di pus e sangue che spesso sono presenti nel latte e che in parte vengono filtrati, ma non del tutto. Dopo 4-5 anni, quando la mucca è esausta emotivamente e fisicamente, crolla a terra e viene sollevata con ogni mezzo possibile  per essere portata al macello. L’industria del latte è l’industria della carne quindi, se siete vegetariani, rifletteteci perché, se possibile, la mucca da latte vive una vita anche peggiore del bovino da carne: la mucca da latte infatti non è allevata da subito per la carne, prima viene sfruttata sessualmente e viene sfinita emotivamente e fisicamente; solo dopo, quando non ce la fa più, viene uccisa per la carne.

Gli allevatori interferiscono con il processo di cova delle galline che nidificano e proteggono le uova, portandogliele via in maniera continuativa e sistematica; il loro corpo risponde producendo altre uova, ma per le galline produrre uova è un processo riproduttivo delicato e stancante. Un uovo concepito per diventare un pulcino richiede molti nutrienti, soprattutto calcio, per formare il guscio. Per produrre un guscio la gallina mobilizza circa il 10% del calcio immagazzinato nelle sue ossa, quindi nella produzione continua di uova è facile capire perché l’animale si ammala di osteoporosi ed è soggetto a fratture delle ossa. Le condizioni standard negli allevamenti di galline sono atroci. Perfino negli allevamenti bio all’aperto è pratica usuale tagliare il becco dei pulcini, quasi sempre senza anestesia, con una lama affilata o rovente. Mutilare il becco previene le risposte degli uccelli allo stress, come la pratica di  beccare le piume delle altre galline. Questo è un vantaggio per l’industria delle uova perché meno si feriscono, più è redditizio macellarle quando la loro produzione di uova cala. Per soddisfare la domanda globale di uova vengono allevate centinaia di milioni di galline, ma circa il 50% dei pulcini nascono maschi e, dal momento che i maschi non producono uova, vengono semplicemente gettati via, tritati vivi o gettati in sacchi della spazzatura dove muoiono soffocati. Queste sono pratiche standard dell’industria delle uova“.

Vi invito caldamente a guardare i video elencati a pagina 243 che sono più esplicativi di qualsiasi parola.

Scegliere di non mangiare prodotti animali significa sviluppare una nuova sensibilità che rispetta ogni forma di vita senziente presente nel Mondo partendo dal presupposto che nessuno ha il diritto di infliggere del male ad altri esseri viventi e che siamo solo ospiti sulla Terra, non ne possiamo disporre a piacere.

Credo sia evidente che una dieta a base di prodotti animali non è sostenibile sia a livello ambientale sia a livello etico e sociale. Siamo quindi chiamati ad operare un consumo consapevole.

Cosa si intende con consumo consapevole?

Si tratta di un approccio critico all’acquisto, che prende in considerazione gli effetti sociali e ambientali dell’intero ciclo di vita del prodotto che stiamo per acquistare.

Il consumatore critico è consapevole che ciascun prodotto ha un peso sociale e ambientale e per questo, nella fase di acquisto, segue alcuni criteri di scelta che riguardano sia il prodotto sia il produttore.

Di seguito alcuni esempi:

-          modalità di produzione: quante materie prime sono state utilizzate per realizzare l’alimento che sto acquistando? Quanta energia è servita per produrlo? Il rapporto tra materie prime/energia investita e prodotto finito che sto acquistando è equilibrato o sbilanciato?

Rispondendo a queste domande, il consumatore critico privilegia, ad esempio, frutta e verdura di stagione per evitare il consumo di energia dovuto alla coltivazione in serra, al surgelamento o al trasporto da altri Paesi;

-          trasporto: da dove arriva il frutto esotico che sto acquistando? Il suo trasporto quanta emissione di Co2 ha causato? Il consumatore critico privilegia prodotti a km zero e locali;

-          modalità di smaltimento: lo smaltimento del prodotto che sto per acquistare, una volta terminato il suo ciclo di vita, quanto inquinamento provocherà? Sono privilegiati i prodotti biodegradabili e l’utilizzo di detersivi e saponi ecologici;

-          condizioni di lavoro di chi lo ha prodotto: le spezie che sto acquistando provengono dai Paesi del sud del Mondo dove spesso non sono garantiti i diritti dei lavoratori? La scelta ricadrà sull’acquisto di spezie del commercio equo e solidale;

-          etica dell’azienda produttrice: questa azienda è coinvolta in progetti che danneggiano l’ambiente? Adotta una politica rispettosa dell’ecosistema? Il consumatore critico boicotta le aziende che non tutelano l’ambiente (ad esempio le aziende alimentari che utilizzano olio di palma).

Lo scopo di un consumo consapevole e critico è quello di ridurre l’impatto ambientale e sociale delle nostre scelte d’acquisto e di conseguenza dare voce ad una nuova tendenza di mercato che possa essere degna di attenzione da parte del sistema economico e politico (ad esempio la richiesta sempre più importante di prodotti biologici). Ora vi sembra una forzatura, ma vi assicuro che con l’abitudine diventa naturale adottare uno spirito critico nella scelta dei prodotti da acquistare.

Chiusa questa parentesi necessaria per spiegare le motivazioni che mi hanno spinto a diventare vegana ed evitare che si confonda una scelta ragionata con una “moda del momento”,  è arrivata l’ora di mettersi ai fornelli!

Il mio motto è: cuciniamo per le persone cui vogliamo bene e ricordiamoci che tra queste ci siamo anche noi! E volerci bene vuol dire rispettare il nostro corpo e prenderci cura della nostra salute che è fondamentale per vivere sereni e felici.

Nessuna rinuncia: occorrono solo molta curiosità e la voglia di sperimentare nuove ricette con ingredienti diversi da quelli che siamo abituati ad utilizzare. Scoprirete come la cucina vegan sia ricca di gusto, sapore e colore e vi sentirete da subito più leggeri, “sgonfi” ed energici!

Il cambiamento deve partire da dentro di noi: se siamo convinti di voler stare meglio e di voler prenderci cura di noi e delle persone che amiamo, allora il processo di transizione da una dieta onnivora ad una dieta vegan sarà semplice e divertente!

Per approfondimenti, curiosità e  nuove ricette vi aspetto sul mio blog www.maisonlibera.it!

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